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Pietro Sacchelli
Docente a contratto di Pedagogia Scolastica c/o lโ€™Universitร  di Roma Tre

Alla fine del XVII secolo Francesco Bacone (1561โ€“1626) analizzรฒ le caratteristiche del pensiero prescientifico fondando la propria riflessione sullโ€™osservazione, sullโ€™esperienza e sullโ€™adozione del metodo induttivo, strumento filosofico in grado di contrastare gli โ€œidolaโ€ (tribus, specus, fori e theatri). Con questo termine egli designava quei falsi concetti, pregiudizi e distorsioni cognitive ampiamente diffusi nella societร  del suo tempo ma presenti anche oggi nella circolazione di bias e fake news alimentati dai social media. La scienza รจ infatti lโ€™impresa intellettiva volta a introdurre ordine e intelligibilitร  nel reale, non per confermare ciรฒ che riteniamo di sapere ma per sottoporre il nostro giudizio finale al vaglio di un controllo empirico.

Nel 1934 Karl Popper riformulรฒ il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza mediante il principio della falsificabilitร  delle idee.[1] Per lโ€™epistemologo austriaco unโ€™ipotesi รจ tanto piรน scientifica quanto piรน si presta alla confutazione: la sua forza quindi non risiede nella dimostrazione, ma nella capacitร  di resistere a rigorosi tentativi di smentita. Lโ€™atteggiamento di vigilanza epistemica, esercitato attraverso pratiche di ipotesi, verifica, smentita e loro riformulazione, costituisce la condizione imprescindibile per emanciparsi dai misconcetti e dalle false credenze che tendono a cristallizzarsi come veritร  apparenti e difficili da estirpare dallโ€™immaginario collettivo. In un contesto in cui i moderni media digitali immettono in rete disinformazione in quantitร  industriale, un atteggiamento scientifico rappresenta non solo un presidio critico ma anche un dispositivo culturale essenziale per contrastare la sedimentazione di narrazioni infondate e cognitivamente fuorvianti e pericolose.

I pregiudizi sono diffusi anche nella scuola, dove molti bias continuano a circolare come veritร  consolidate. Con il tempo questi misconcetti si sono radicati nelle pratiche quotidiane, finendo per indebolire la qualitร  del pensiero pedagogico e limitare la crescita professionale dei docenti. Le false credenze hanno cosรฌ formato una costellazione ampia e variegata che richiederebbe unโ€™analisi rigorosa per restituire agli insegnanti unโ€™adeguata consapevolezza critica. Poichรฉ una rassegna completa occuperebbe un intero volume, ci limitiamo a esaminare con modalitร  fenomenologiche solo alcuni luoghi comuni.

Il โ€œbias della spugnaโ€ riduce lโ€™apprendimento a un semplice trasferimento di contenuti, ignorando la natura attiva e intenzionale della conoscenza. Si fonda su una visione empirista della mente come tabula rasa e dellโ€™insegnamento come trasmissione lineare. Questa falsa credenza riduce la complessitร  dei processi cognitivi a un travaso di contenuti che trascura completamente il ruolo costruttivo dello studente nellโ€™apprendimento.

Questa distorsione produce tre effetti principali: rende lโ€™alunno passivo, riduce il docente a mero dispensatore di informazioni e orienta la valutazione verso la quantitร  delle nozioni anzichรฉ verso la qualitร  del sapere. Le scienze cognitive confermano che la conoscenza nasce dalla riorganizzazione intenzionale di schemi preesistenti, non da una semplice assimilazione di contenuti. Per questo il bias della spugna continua a rappresentare una lente deformante che ostacola pratiche didattiche consapevoli e richiede un serio lavoro di alfabetizzazione epistemologica.

Un altro errore ricorrente รจ quello del โ€œbias del fare vuotoโ€.

Il celebre proverbio (da molti attribuito a Confucio) โ€œSe ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio comprendoโ€ esprime un giudizio fallace sullโ€™apprendimento attivo. Questo misconcetto suggerisce che la comprensione derivi automaticamente dal โ€œfareโ€ come se lโ€™azione fosse depositaria di un valore cognitivo intrinseco. La fenomenologia consente lo smascheramento di questo misconcetto perchรฉ non รจ il fare in quanto mera attivitร  operativa a generare comprensione, bensรฌ lโ€™atto intenzionale che lo sostiene e lo orienta. Priva di intenzionalitร , lโ€™azione dello studente resta un gesto vuoto, una sequenza motoria senza alcun significato. Al contrario quando ha un orientamento intenzionale anche lโ€™ascolto o la visione possono configurarsi come autentici atti di apprendimento, capaci cioรจ di produrre comprensione e trasformazione del soggetto conoscente.

La falsa credenza della โ€œmotivazioneโ€ sostiene che lo studente apprenda solo se รจ motivato e che lโ€™insegnante debba produrre lezioni coinvolgenti per stimolarla. La prospettiva fenomenologica ribalta questa visione: la motivazione non precede lโ€™apprendimento, ma ne รจ il risultato. Non ci si muove perchรฉ si รจ motivati; si รจ motivati perchรฉ ci si muove intenzionalmente verso qualcosa riconosciuto come significativo. Lโ€™entusiasmo o il coinvolgimento emotivo non sono indicatori affidabili dei processi motivazionali, ma semplici epifenomeni. Spesso, infatti, รจ lโ€™apprendimento significativo a generare motivazione, non il contrario. Attribuire allโ€™insegnante il compito di โ€œprodurre motivazioneโ€ significa fraintendere la natura intenzionale della coscienza e ignorare che uno studente puรฒ essere profondamente orientato anche senza manifestazioni esteriori di entusiasmo.

Il bias forse piรน blasonato รจ sicuramente quello relativo alla quinta competenza chiave di cittadinanza europea โ€œapprendere ad apprendereโ€. Il primo termine di questo binomio si riferisce alle strategie (di autoregolazione, metacognitive e mentali) che lโ€™alunno deve adottare per poter elaborare in modo efficace contenuti e conoscenze a cui rimanda il secondo etimo. รˆ naturale perรฒ chiedersi se uno studente in difficoltร  o con normali capacitร  possa costruire da solo un modello sovraordinato per studiare in modo produttivo. Non siamo forse di fronte allโ€™assurditร  logica del barone di Mรผnchausen che caduto da cavallo in una palude fangosa si solleva tirandosi in alto per la capigliatura? รˆ del tutto evidente che il palindromo โ€œapprendere ad apprendereโ€, cosรฌ come esplicitato nei documenti ministeriali e internazionali, rappresenti un misconcetto che andrebbe rivisto sul piano nominale e sostanziale ricorrendo alla piรน corretta combinazione โ€œinsegnare ad apprendereโ€. [2] Infatti รจ la scuola che dovrebbe farsi carico di questo compito formativo adottando specifici interventi di tipo fenomenologico, gli unici in grado di intervenire sulle cause del fallimento scolastico. Il bias โ€œapprendere ad apprendereโ€ sposta la responsabilitร  dal sistema educativo sullo studente che finisce per essere considerato lโ€™unico artefice del proprio successo o fallimento scolastico. Incredibile ma vero come la scuola venga meno a un suo preciso dovere costituzionale e istituzionale!

Il โ€œbias dello status quoโ€ รจ particolarmente diffuso in ambito educativo; รจ la tendenza a preservare condotte professionali consolidate indipendentemente dalla loro efficacia. Tale inclinazione si traduce, nel contesto scolastico, in una resistenza sistematica al rinnovamento didattico?metodologico: molti docenti continuano a privilegiare pratiche tradizionali soltanto perchรฉ percepite come familiari, stabili e quindi rassicuranti sul piano cognitivo ed emotivo. Questa forma di inerzia, al tempo stesso individuale e istituzionale, ostacola lโ€™adozione di approcci piรน innovativi e fondati empiricamente, contribuendo a mantenere il sistema scolastico ancorato a modelli didattici ormai obsoleti e incapaci di rispondere alle trasformazioni culturali e cognitive degli studenti.

Il โ€œbias della tendenza centraleโ€ รจ ampiamente diffuso soprattutto tra i docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado nel momento della valutazione degli studenti. Esso si manifesta nella propensione a utilizzare prevalentemente i valori centrali della scala decimale (indicativamente da 4 a 8) evitando sia le valutazioni molto basse sia quelle alte. Tale pratica, oltre a costituire una distorsione sistematica del giudizio, porta a una valutazione soggettiva molto approssimativa. Una maggiore oggettivitร  richiederebbe infatti lโ€™impiego di uno spettro numerico piรน ampio, preferibilmente espresso in centesimi, cosรฌ da aumentare la sensibilitร  della scala e ridurre lโ€™effetto distorsivo di appiattimento prodotto dalla tendenza centrale.

Il bias โ€œdigital amnesiaโ€ รจ oggi molto diffuso: la convinzione che una didattica fortemente digitalizzata sia automaticamente innovativa ha favorito forme di delega cognitiva che indeboliscono la memoria a lungo termine, compromettendo la comprensione e lโ€™apprendimento attivo. La facilitร  di accesso alle informazioni tramite motori di ricerca e intelligenza artificiale riduce infatti lo sforzo di ritenzione e di rielaborazione personale, generando conoscenze frammentarie e instabili. Questa tendenza ha giร  spinto alcuni governi a limitare lโ€™uso dei dispositivi digitali tra i minori, nel tentativo di contrastare lโ€™eccessiva esternalizzazione delle funzioni cognitive. Il rischio รจ quello di produrre una โ€œtรชte bien videโ€ cioรจ una mente che, pur circondata da informazioni, fatica a trattenerle e a trasformarle in sapere significativo.

Il bias delle โ€œcompetenzeโ€ si configura come un โ€œframe deformanteโ€ importato dal management economico-industriale piรน che elaborato da una nostrana tradizione pedagogica. Questa importazione etimologica in ambito scolastico ha favorito lโ€™adozione di un concetto educativo vago fino ad assumere la forma di una vera e propria โ€œentelechiaโ€ operativa: unโ€™astrazione formativa priva di requisiti epistemologici. Da una prospettiva fenomenologica, la competenza riduce lโ€™esperienza didattica a un insieme di esiti funzionali e misurabili che oscurano la dimensione vissuta dellโ€™apprendere, il suo radicamento corporeo, relazionale e intenzionale. In questo senso la retorica delle competenze costituisce un bias concettuale che valorizza il fare fine a sรฉ stesso fornendogli un profilo prestazionale e sottraendolo alla sua natura originaria di apertura al mondo, di ricerca di senso e di possibilitร  dellโ€™essere. La scuola, adottando tale paradigma nel PTOF senza curarsi di una sua rielaborazione critica, rischia di promuovere un modello valutativo irreale.

La scuola italiana rimane ancora โ€œinnamorataโ€ dei contenuti disciplinari, frequentemente trasmessi piรน per informare che per formare. Kant ammoniva i suoi studenti che con lui non avrebbero appreso la storia della filosofia, ma imparato a filosofare. In questa prospettiva lโ€™educazione non coincide con la mera trasmissione dei saperi, ma con lโ€™attivazione di processi riflessivi che rendono il soggetto capace di pensare autonomamente. Lโ€™impianto curricolare deve essere impostato in senso fenomenologico riconoscendo la persona come origine e fine del processo educativo, valorizzandone intenzionalitร , corporeitร , stili dโ€™apprendimento e capacitร  di attribuire senso allโ€™esperienza vissuta. Solo un simile orientamento puรฒ evitare il ripetersi di errori giร  compiuti in passato e promuovere pratiche didattiche piรน professionali e consapevoli.

Una scuola che assuma questa postura personologica puรฒ incidere in profonditร  sulla crescita umana e culturale degli studenti, restituendole la sua vocazione inclusiva: formare cittadini consapevoli, critici, partecipi della vita democratica e tertium non datur.

[1] Popper K.R., Logica della scoperta scientificaโ€, Einaudi (TO), 2010.

[2] Sacchelli P., โ€œInsegnare ad apprendere รจ piรน facile seโ€ฆ sai come fare!โ€, Ed. Il Papavero (AV), 2025.