INCLUSIONE E METACOGNIZIONE CON LA DIDATTICA MENTALISTA di Carla Barbara Coppi

LA DIDATTICA MENTALISTA, MUTUATA DALLA GESTIONE MENTALE DEL FILOSOFO PEDAGOGISTA ANTOINE DE LA GARANDERIE, E' UN'EFFICACE E INNOVATIVA APPLICAZIONE METACOGNITIVA

INCLUSIONE E METACOGNIZIONE CON LA DIDATTICA MENTALISTA di Carla Barbara Coppi

18 giugno 2017 Uncategorized 1

“A tutti coloro che, giovani e vecchi, ritengono di essere lontani dall’aver esaminato le risorse mentali di cui potrebbero normalmente disporre se le conoscessero”. (Antoine de La Garanderie – “I profili pedagogici”). Esplorare le proprie risorse mentali ed imparare a gestirle: ecco come la metacognizione rappresenti il punto di partenza per un efficace e moderno processo di insegnamento-apprendimento in ogni grado e ordine scolastico. La quinta competenza chiave europea dell’ “insegnare ad apprendere” esprime in modo chiaro questo concetto apparentemente fantascientifico, ma che in realtà tale non è. Nella scuola italiana si sta lentamente diffondendo la Didattica Mentalista che favorisce la partecipazione consapevole dell’alunno al processo di apprendimento. Questo approccio metacognitivo, mutuato dalla “Gestione Mentale” del filosofo e pedagogista francese Antoine de La Garanderie (1920-2010), si propone di rimuovere le “abitudini mentali” sbagliate utilizzate dagli alunni nello studio per insegnare loro i “gesti mentali” corretti per stare attenti, memorizzare, riflettere, comprendere, ragionare e creare. Si tratta cioè di “operazioni mentali” che non dipendono dalla dimensione ontica del sapere (discipline, progetti, oggetti culturali della conoscenza etc.), bensì dall’azione fenomenologica del soggetto che entra in interazione attiva e consapevole con la realtà attraverso le “evocazioni mentali” del percepito. Anche la stessa creatività, ritenuta da sempre un “dono divino o sovrannaturale” di pochi privilegiati, richiede un’operazione mentale specifica che può essere insegnata agli alunni con esercizi costanti. La Didattica Mentalista, infatti, tiene conto degli individuali stili cognitivi e considera l’apprendimento come il prodotto delle evocazioni consapevoli auditive, visive o miste che vengono declinate in operazioni mentali. Il pedagogista Pietro Sacchelli afferma al riguardo: “Una metodologia di questo genere consente di spostare il baricentro dalle discipline all’alunno inteso nella sua accezione ontologica (concernente la natura e la conoscenza dell’essere) ed epistemologica (la mente come oggetto di analisi scientifico-filosofica), realizzando appieno la formula “apprendere ad apprendere” che rappresenta una delle competenze chiave europee”. Generalmente, con l’espressione “stile cognitivo” ci si riferisce alle modalità che ciascun soggetto predilige per accogliere ed elaborare le informazioni da apprendere. L’adozione di uno stile o di un altro, pertanto, riguarda una strategia privilegiata che il soggetto mette in atto nell’apprendimento in modo spesso inconsapevole. Ciò porta il soggetto a riutilizzare le stesse procedure cognitive sperimentate in ambiti o situazioni diverse (effetto transfer), sviluppando competenze trasversali e metodo di studio. Gli stili cognitivi si sviluppano e si consolidano continuamente nell’arco della vita del soggetto e la loro presa di coscienza può rappresentare lo “spartiacque” tra l’insuccesso e il successo scolastico. Le ricerche psicopedagogiche sulla personalizzazione degli apprendimenti hanno avuto un fortissimo impulso nell’ultimo ventennio in Italia ed all’estero ed hanno richiamato l’attenzione di psicologi, pedagogisti, esperti di educazione e neuroscienziati. Le ricerche sugli stili cognitivi si sono sviluppate a partire dagli anni ’50 per riconoscere le differenze individuali e le diverse modalità di processare le informazioni provenienti dal mondo esterno. Con il termine “didattica inclusiva” si intende proprio di mettere in luce le diversità degli alunni, allo scopo di riconoscerle e valorizzarle all’interno del gruppo classe, in un clima emotivamente collaborativo e sereno. Le differenze devono riguardare tanto le modalità di approccio alle conoscenze da parte dell’alunno, quanto quelle di insegnamento da parte del docente, impegnato in un’offerta funzionale alle esigenze di ciascuno. La Didattica Mentalista amplia questo orizzonte e focalizza l’attenzione sull’importanza della consapevolezza degli alunni in rapporto alle loro personali modalità di apprendimento, per la realizzazione di una reale inclusione scolastica. Tutto questo si focalizza di fatto anche in relazione a quegli alunni con bisogni educativi speciali (BES), sia sotto la sfera cognitiva che emotivo-affettiva. Alla luce delle nuove esigenze di una scuola che possa definirsi “inclusiva”, dai BES ai DSA, ai piani educativi personalizzati (PdP), la formazione in servizio degli insegnanti dovrebbe essere al centro dell’azione scolastica, che però è spesso penalizzata dalle esigue risorse economiche disponibili. L’Associazione AIMC di Massa-Carrara (MS), da sempre al sostegno della classe magistrale, ha avviato tra il 2009 e il 2012 una sperimentazione triennale sulla Didattica Mentalista al fine di fornire ai docenti gli strumenti metodologici per riuscire meglio a gestire gli alunni con difficoltà di apprendimento. I risultati di questa ricerca-azione, realizzata nelle scuole dell’infanzia e primarie della Direzione Didattica Massa 2 da formatori, tutor, insegnanti ed alunni, si è conclusa con esiti positivi ed una pubblicazione. In questa prospettiva metacognitiva, i discenti si trasformano da soggetti inconsapevoli a protagonisti attivi della conoscenza, perseguibile mediante l’utilizzo di evocazioni e operazioni mentali che ricorrono normalmente anche in attività extra scolastiche. La Didattica Mentalista rende i contenuti disciplinari dei semplici strumenti funzionali allo sviluppo globale del bambino e vede nell’alunno il “costruttore” del proprio sapere, autonomo nel metodo di studio e co-responsabile dei propri risultati. Oggi si parla spesso di metacognizione e di metodologie che si fondano su questo principio. In un articolo sulla rivista “Mente & cervello” dal titolo “Una palestra per la mente” (settembre – ottobre 2013), Ingrid Wickelgren afferma che “la scuola si sta trasformando in una palestra per il cervello, dove gli insegnanti aiutano gli allievi a sviluppare la “muscolatura mentale.” A tale proposito, l’autrice riporta i risultati di diverse sperimentazioni realizzate nelle Università americane, come ad esempio il progetto “PHATOS” attuato nel 2010 da Greenberg (Pennsylvania State University) su 2937 studenti, molti dei quali con problemi di apprendimento. Questi studi hanno rilevato che i soggetti presi in esame durante il progetto risultavano più collaborativi, interessati al proprio rendimento scolastico e più capaci di autocontrollarsi rispetto agli altri. Assumere una prospettiva metacognitiva significa dunque migliorare il processo di insegnamento-apprendimento. Tuttavia, se questo cambiamento rappresenta in concreto un passo in avanti della scuola, esso smuove nell’inconscio dei docenti “paure” professionali di non saper gestire il nuovo. Così la scuola non riesce a scrollarsi da dosso l’immobilismo metodologico che rappresenta una palla al piede ed il maggior ostacolo al rinnovamento scolastico che non può limitarsi all’innovazione tecnologica. Pochi insegnanti infatti, nonostante la partecipazione ai corsi di formazione presentati come innovativi, riescono ad entrare in questo nuovo mondo e a spostare il proprio punto di “osservazione” dalla disciplina al soggetto che apprende. La presenza di un “tutor” in classe, forse, potrebbe favorire questo cambio di rotta, rendendo l’azione scolastica più incisiva ed efficace. Quest’anno l’Università di Roma III ha deciso di inserire alcune proposte metacognitive all’interno del corso di perfezionamento post-universitario sulla Consulenza Pedagogica, sotto la direzione scientifica della Prof.ssa Anna Aluffi Pentini e del Prof. Fabio Olivieri e presentati dal Dottor Pietro Sacchelli. La frequenza darà diritto a quattro Crediti Formativi Universitari. L’auspicio per la scuola e i suoi operatori è che la strada indicata dall’Università di Roma III possa diventare un valido esempio da seguire anche per altri atenei italiani.